KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO

Klessidra | Pinelli. Ut. Pictura. Pictura.

Mi tocca fare l’elogio di un grande amico, di un grande pittore, che ho conosciuto nei lontani anni Ottanta grazie alla presentazione di Tommaso Trini a Milano, dove si era da tempo trasferito dalla sua nativa Catania, città in cui io allora abitavo. Milano era il suo luogo giusto, quello che poteva accudire la sua sacerdotalità, molto più che una vocazione, per la pittura intesa come esplicazione di un alto senso della cromaticità, della dissolvenza, della frammentazione

Klessidra | Ben. Elogio. Scriptura.

Ho conosciuto la scrittura a cinque anni, da uditore esterno, nella prima elementare, che frequentavo da non iscritto regolare, in quanto non avevo ancora i sei anni prescritti. Ma ho cominciato a gennaio e quindi con mesi di ritardo dall’inizio delle lezioni e il ritardo si rifletteva in alcune lettere dell’alfabeto che non sapevo scrivere, come la D maiuscola e dato che ogni giorno c’era un Dettato, io scrivevo ettato, senza la D. Cercavo di copiarla dal mio compagno di banco, Trigila Salvatore (prima cognome e poi nome) che faceva scudo con la sua manina, piccola piccola (la ricordo come fosse oggi) e quindi niente da fare, ettato e basta

Klessidra | Galliani. Classico. Moderno.

Conosco Omar Galliani dai primi anni ottanta, da quando nell’ambito di una corrente dell’arte italiana,si impose come protagonista della ripresa in chiave moderna, di moduli della variegata arte colta, proveniente dal grande disegno, dalla aulica pittura, in commistione alta di manierismo e nuovo settecentismo, affermando il diritto dell’arte del nostro tempo, ad essere ispirata da una acronia di continuità con un passato mai passato, ma ancora contemporaneo; alcuni, in vena di frettolosa definizione, lo chiamarono momento citazionista,
colto, manierista, mentre, in maniera più complessa e ricca di implicazioni formali e contenutistici, affermava una linea della originalità, pre-impressionistica e pre-avanguardie storiche.

Klessidra | Lupi. Design. Pedagogia. Estetica.

Ho frequentato per tanto tempo, negli anni ottanta e novanta, in ambiente Mario Bellini, Italo Lupi, circondati da uno stuolo di amici comuni, architetti, designer, industriali, politici, banchieri (insomma una élite) in cui si discuteva di tutto; un modo leggero di essere classe dirigente, in cui gli uni non parlano sempre con gli uni e gli altri con gli altri, rompendo, così, un corto circuito, che in tutti gli ambiti si fa sempre più stringente e asfissiante. Ricordo un grande industriale (di cui taccio il nome, che non mi sfugge affatto) un costruttore di televisori, di bassa tecnologia e di pessimo design che allora andavano bene e vendeva 10 milioni di pezzi l’anno (almeno così diceva) ed io gli dissi che poi, non prima, il suo destino era segnato e che sarebbe fallito, perché un paese come l’Italia non può vivere di grossi volumi di bassa gamma, ma solo di prodotti di altissima gamma, sofisticati e altamente stilistici, di design di frontiera, insomma avveniristici, da Montenapoleone o Frattina, sia dentro che fuori.